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di Sandro Borelli (Il Giornale - 12.12.2006)
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Come quando fuori pioveL’innesco, il dipanarsi della vicenda che anima Come quando fuori piove (Marsilio, pp. 143, euro 14) sono soltanto all’apparenza una storia definita, con personaggi convenzionali, una dislocazione, sia fisica sia cronologica, del tutto plausibile. Francesca Duranti, l’autrice, si dimostra fin dall’avvio del proprio nuovo romanzo interamente disinibita nel prospettare figure, fatti contingenti e inquietanti. Le une e gli altri, saldati da una morbosa complicitàinteragiscono tra di loro quasi per osmotica contiguità. Il tutto propiziato dal “luogo deputato” di una grande villa immersa nel folto di un’agreste enclave provinciale: le Cento Stanze. Ma poi, in realtà, Silvia, voce “fuori campo” di un’indocile ragazza inappagata, si ostina a cercare il bandolo occulto-occultato dell’equivoca matassa da cui trae ragione d’essere e, paradossalmente, di dissoluzione una “famigliastra” viziosa, malassortita, votata inesorabilmente al degrado esistenziale e morale. |
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di R. Petri (Corriere del Ticino - 13.04.1994)
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“Progetto Burlamacchi”, il nuovo romanzo della scrittrice italiana Francesca Duranti edito da RizzoliIn un’autentica casa della campagna pisana viene scoperto, dal figlio della proprietaria, il vero Volto Santo di Lucca, scomparso nel 1273 per opera di fra’ Jacopo di Neri. In un documento autografo dello fra’ Jacopo si spiegano le ragioni di tale sparizione, e cioè impaurire un mondo corrotto e non più meritevole della grazia divina nella speranza di redimerlo. Così si apre il nuovo romanzo di Francesca Duranti (Progetto Burlamacchi - Rizzoli, pag. 216) che con vera maestria narrativa ci racconta la storia di un dilemma visto da diverse angolazioni. |
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di F. Portinari (Corriere della Sera - 12.05.1991)
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E tra i racconti, un romanzoNe sono convinto già io per primo: quello che sto per raccontare non ha nemmeno l'apparenza di quella che si vuole, per convenzione, essere la serietà critica. O la seriosità. Stavo, dunque, leggendo l'ultimo libro di Francesca Duranti, Ultima stesura. Anzi, non avevo ancora incominciato a leggerlo. Era appena arrivato sul mio tavolo e in quella prima rapidissima sfogliata che di solito si dà a un libro nuovo, come per sentirne l'odore, ho avuto quasi un tuffo al cuore, forse per il doppio carattere tipografico, tondo e corsivo in alternanza, che saltava all'occhio e partiva le pagine. Il tuffo al cuore era dovuto a motivi affatto privati. Era dovuto alla memoria improvvisamente emersa come da un pozzo profondissimo, di una scrittrice che ho molto amato a suo tempo, Gianna Manzini. Ultima stesura, quel titolo e quel doppio registro mi hanno ricordato subito un libro, per me straordinario, della Manzini, Lettera all'Editore, 1945. Perchè straordinario? Perchè era un "romanzo da fare", un rinnovato archetipo di un "genere", in pieno neorealismo. Era quella "cosa"? Ho incominciato a leggerlo. Dopo venti pagine, il che mi accade assai di rado, ho chiamato a gran voce e ho radunato la mia piccola famiglia: <<Sentite un po' che mirabile trovata. Due avvocati vanno alla Teti per far mettere il loro nome sulla guida del telefono...>> eccetera (si lasci al lettore il piacere della sorpresa). Insomma, ero euforico e la ragione stava tutta in una trovata, dopo quel rinvio iniziale alla memoria. Però quella trovata non sarebbe mai venuta in mente alla Manzini. Ero a posto, sistemato su due versanti. Ho appena detto di sapere che questa non è una forma seria per parlare criticamente di un libro (è poi vero?), ma quel che ho detto mi sembra già contenere e indicare due sintomi non trascurabili, se ne sono il centro strutturale e significante, di questo lavoro della Duranti. Di essere un "romanzo da fare" o, come direbbe un critico finalmente serio, un <<metaromanzo>>. Una spia, a ben guardare, era già nell'illustrazione preziosa in copertina, un all'erta: il pittore ritrae una dama che ritrae se stessa mirandosi in uno specchio, tre immagini che possono anche moltiplicarsi con la mediazione dello specchio. Ma dentro il metaromanzo si concreta una materia deflagrante sotto specie di ricchezza di trovate, di invenzione narrativa, sorridente, piacevole, divertente, grazie a Dio. Spero che sia ormai chiaro di che si tratta: la Duranti finge (?) il personaggio di una scrittrice che in un certo arco di tempo scrive otto racconti. Ma gli otto racconti sono intersecati, spezzati, intarsiati da quell'altra storia appunto, della scrittrice, io narrante, che dice di sè che scrive gli otto racconti. |
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di L .Mondo (La Stampa - giugno 1991)
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"Ultima stesura", storie contro la solitudine La presa di un libro come Ultima stesura di Francesca Duranti, così diverso da quelli che ci ha fatto conoscere finora (penso all'aura lievemente stregata e insieme alla compattezza di La casa sul lago della luna, di Effetti personali, e parlo dei suoi romanzi più belli) nasce dalla struttura insolita che si presta a usi diversi. Può infatti essere letto - e molti lettori impazienti lo faranno - come una raccolta di racconti perfettamente autonomi che raggiungono esiti ragguardevoli di paradosso e di humour. Ma può essere considerato legittimamente un ro manzo per la presenza di una cornice che genera continue interferenze nel corpo stesso dei racconti. Il gioco dei rispecchiamenti interessa non soltanto l'uno e l'altro racconto ma, soprattutto, i racconti e il vissuto di chi, secondo la finzione narrativa, li ha scritti in un arco di trent'anni. Dico Teodora Francia, che dopo essersi dissipata in numerosi sponsali più o meno regolari, in figliazioni, amicizie, viaggi, case di città e di villa, arriva alla pratica costante e disciplinata della scrittura. Si tratta, per lei, di dare ordine e significato al caos, di ripetere l'esperienza di Sheherazade in un contesto post-borghese. Perché qui non bisogna scampare alla furia omicida di uno sposo principesco, ma ai mostri più prosaici della noia e della solitudine. La consapevolezza nasce appunto scrivendo e riflettendo sulle cose scritte, leggendo la realtà attraverso il diaframma illuminante della letteratura. |
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di A. Fasola (L’Unità - 11.04.1991)
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Dopo “La casa sul lago della luna” (in cui l’invenzione romanzesca trova riscontro nella realtà e ne viene dominata) e “Effetti personali” ( dove una supposta realtà letteraria si rivela invece fasulla), ecco con “Ultima stesura” una nuova “avventura editoriale” di Francesca Duranti, che conferma la fedeltà a un suo fortunato cliché narrativo. La inusuale struttura del libro - otto racconti legati tra di loro da una sorta di diario dell’autrice, che è anche la protagonista narrante del libro - può essere chiamata romanzo in virtù della costanza con cui vi si persegue il sotterraneo ma unificante filo rosso del rapporto tra il romanziere che si esprime attraverso i suoi personaggi e il “se stesso” che vive nel reale mondo degli altri. È un rapporto molto contraddittorio, originato dalla convinzione che “non si può solo scrivere; né solo vivere; né stare a metà strada tra scrivere e vivere” e che perciò è doveroso “produrre degli ectoplasmi in forma di sosia, che si immergano nell’avventura della vita per trarne il necessario nutrimento”. Nel concreto le due metà dell’anima della protagonista, non potendo coesistere nella medesima fase esistenziale né tuttavia fare a meno una dell’altra, mettono in evidenza nell’intimo scontro una infantile e nello stesso tempo matura personalità, che tra un impegno letterario e l’altro deve assolutamente tuffarsi in attività diverse, siano esse lunghi o brevi amori o produzione di quintali di marmellate casalinghe. |
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di C. Carotenuto (Fermenti - n.1 2005)
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Francesca Duranti ha esordito in campo letterario con il romanzo autobiografico La Bambina (La Tartaruga, Milano 1976), affermandosi con La casa sul lago della luna (Rizzoli, Milano 1984) cui sono seguite molte altre opere fino alle recenti Il comune senso delle proporzioni (Marsilio, Venezia 2000) e L’ultimo viaggio della Canaria (Marsilio, Venezia 2003). Inizialmente l’interesse dell’autrice è focalizzato sulle problematiche esistenziali in particolare di natura femminile (come ne La Bambina e in Piazza mia bella piazza, La Tartaruga, Milano 1978); in un secondo tempo si sposta sulla costruzione finzionale del testo (cfr. La casa sul lago della luna) per incentrarsi poi, in alcuni casi, sulla combinazione delle due componenti. In Effetti personali (Rizzoli, Milano 1988) e Ultima stesura (Rizzoli, Milano 1991), ad esempio, la vicenda dei personaggi è narrata mediante una struttura diegetica più complessa rispetto ai primi romanzi. In entrambi i libri l’attore principale è una donna che tenta di recuperare la propria autonomia e ristabilire l’equilibrio tra la vita privata e l’attività professionale. |
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di G. Barberi Squarotti (La Stampa - 17.12.1988)
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“Effetti personali” di Francesca Duranti: un romanzo che convince Dietro un titolo molto modesto, quasi crepuscolare, Effetti personali, autrice Francesca Duranti, c’è quello che credo essere uno dei più vivi e bei romanzi di questi nostri tempi letterari, uno dei pochissimi che mira più alto, alla ricerca e all’indagine, cioè, attraverso un meccanismo narrativo davvero perfetto, dei nessi fondamentali tra vita e storia, politica e letteratura, sentimento e ragione, rigore etico e ideologico e profondo mistero del cuore. La protagonista è una donna ancora giovane, Valentina, che è appena stata lasciata dal marito per un’altra donna e un tipo di vita più brillante e vivace di quello che gli ha offerto fino a quel momento una moglie che lo ha sempre servito, sia nella vita quotidiana, sia nel lavoro; per lui ha preparato tutti i documenti e le informazioni che gli sono necessari per poter comporre le biografie dei Padri della Chiesa con cui si è costruito la fortuna di scrittore di moda, non alla ricerca d’altro che del successo e del denaro attraverso lo sfruttamento dello snobismo del pubblico nei confronti di argomenti difficili ma appunto per questo seducenti. |
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di M. Prisco (Il Mattino - 03.02.1987)
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La Duranti in stato di grazia nell'ultimo romanzo MOLTE PAGINE MUSICALI E POCO “ACIDO CORROSIVO”
Francesca Duranti torna in libreria dopo il successo di La casa sul lago della Luna (1984) il romanzo che l'ha fatta conoscere a un pubblico molto più vasto, e dopo la ristampa di La bambina, il romanzo d'esordio del '76 (fu pubblicato da La Tartaruga), passato quasi inosservato allora per carenza di distribuzione. E speriamo che questo recente libro, Lieto fine (Rizzoli editore), ne rinnovi e consolidi il buon esito, così da indurre l'editore a ristampare anche l'altro romanzo, Piazza mia bella piazza, ch'è l'opera seconda della scrittrice e che a sua volta è tuttora poco nota. Lieto fine ripeterà la fortuna di La casa sul lago della Luna? Ce lo auguriamo, anche se la scrittura, e la struttura, del romanzo richiedono stavolta un lettore più avvertito o diciamo che non si lasci prendere soltanto dalla curiosità del come-va-a-finire e insomma dalla trovata narrativa e dall'affabulazione della trama, o del plot come oggi sembra di rigore dover dire, che forse nell'accoglienza della “casa sul lago” ebbe la sua parte. Intendiamoci: Lieto fine si regge anch'esso su una vicenda dove non mancano i fatti, solo che essi vengono come mimetizzati dalla levità di una scrittura che sembra quasi porli in secondo piano, allo stesso modo di certe partiture musicali dove la finezza e l'apparente leggerezza del concertato non danno Immediato risalto alla linea melodica che 1e sottende. E Lieto Fine, già dalla dichiarata e forse ambigua e certamente ironica festosità del titolo, sembra proprio assomigliare a una suite musicale, una sorta di allegretto continuo in cui la scrittrice lascia saggiamente cadere qua e là alcune gocce d'acido corrosivo. |
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di G. Giudici (L’Espresso - 22.04.1984)
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Come di un immaginario e sconosciuto giocatore di calcio del quale basti osservare due o tre tocchi di palla perché dal pubblico dei tifosi si levi un mormorio di compiacimento, così è accaduto a me con "La casa sul lago della luna" di Francesca Duranti: <<questa ci sa fare>>, mi sono detto fin dalle prime pagine e sono arrivato fino alI'ultima e in un crescendo di tensione non precisamente consolatoria e di giusta ammirazione per il modo in cui il libro è stato inventato e costruito (anzi "si" è inventato e "si" è costruito, quasi come una poesia, non guidato dall'autore, ma piuttosto guidando l'autore stesso alla sua spietata, liberante e anelata conclusione). Il nome di Francesca Duranti non costituisce, nell'anagrafe dei nostri narratori, una novità assoluta: di lei le edizioni Della Tartaruga avevano pubblicato, rispettivamente nel 1976 e nel 1978, i due romanzi "La bambina" e "Piazza mia bella piazza", che (speciamente il primo) avevano riscosso una qualche attenzione. Questo terzo libro mi sembra però candidarla a qualcosa di più: ad essere riconosciuta, per esempio e sia pure nei limiti di una mia personale impressione, come uno scrittore autentico, forte di un suo stile e di una non comune capacità di coinvolgere, una capacità (per citare addirittura dal libro), di "invenzione originale felice, tuttavia esente da ogni dubbio". |
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di O. Del Buono (L'Europeo - 24.03.1984)
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Dicevano che fosse moribondo, anzi morto. E invece: "La casa sul lago della Luna" dovrebbe vincere tutti i premi di quest'anno. Quasi non ci speravo più. Era impossibile sperare, cominciando a leggere un libro di narrativa italiana contemporanea, di avvertire l'attrazione e la certezza della sua bontà. E, invece, fortunatamente mi è capitato ancora, almeno questa volta. La volta di La casa sul lago della luna di Francesca Duranti (Rizzoli; 1984 ). Francesca Duranti non è proprio un'esordiente in letteratura. E, infatti, questo è il suo terzo libro. I primi due, La bambina e Piazza mia bella piazza, li ha pubblicati nel 1976 e nel 1978 La Tartaruga, la piccola casa editrice di Laura Lepetit, che in questi anni, tra mille difficoltà, ha orgogliosamente presentato le più belle pagine scritte di ieri e di oggi. Quei primi due libri erano aggraziati e promettenti, ma questo terzo libro è un passaggio alla maturità. Un vero romanzo, avvincente e complesso nella sua limpidezza. |
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di O. Cecchi (L’Unità 12.04.1984)
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la misteriosa, e qualche volta pericolosa magia che lega il lettore allo scrittore è il tema dell’ultimo romanzo di Francesca Duranti Un bel giorno, tra i saggi di un venerato maestro - mettiamo Giorgio Pasquali - un germanista di nome Fabrizio, ben educato, intelligente, sensibile, stanca incarnazione di un mondo di aristocrazia e dannata inettitudine contrapposto all’universo gaglioffo dei maitres à penser e alla loro intraprendenza plebea (i veri drogati: di luoghi comuni capovolti, di sciocchezze spicciolate in aforismi, di giudizi sul “verso dove” del convoglio della specie: e di quattrini, di speranze perdute, di terrorismo, etc.), trova il nome di uno scrittore austriaco, Fritz Oberhofer, e il titolo di un suo romanzo sconosciuto: La Casa sul lago della luna. Quel maestro ne dice tutto il bene possibile e si duole che nessuno abbia valutato nella giusta misura quel capolavoro. Fabrizio, che ha appena finito di tradurre un libro del vecchio Fontane, si mette in agitazione: vuole quel libro, lo vuole tradurre. Proprio per indagare negli abissi della letteratura di lingua tedesca, è diventato germanista: per inclinazione dei sentimenti e per vizioso gusto autodistruttivo. Di patti col diavolo e di abbracci mortali, quella letteratura è assai prodiga. Fabrizio (l’inetto a vivere) si mette all’opera, a cose fatte, se l’impresa riuscirà, se troverà il libro di Oberhofer, offrirà il frutto delle sue ricerche al vecchio amico Mario (l’intraprendenza plebea), editore di fresca vocazione e di sicuro fiuto. Tra loro c’è Fulvia, bella ragazza, solida borghese, disinvolta, ugualmente a suo agio con le cosine di Gucci o con la borsetta di plastica del supermercato. Su quella scoperta e su questo triangolo posa il romanzo di Francesca Duranti, che ha per titolo La caso sul lago della luna (Rizzoli, £ 15.000). |
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di G. Bettin (Linea d'Ombra n.5/6 1984)
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Fra le diverse qualità che il romanzo di Francesca Duranti (La casa sul lago della luna, Rizzoli, pagg. 188) rivela fin dalle prime battute, una appare specialmente rara nel quadro della narrativa italiana d'oggi. Si tratta della sintonia - discreta, non ostentata ma limpidissima - con il tempo in cui viviamo. Una "contemporaneità" che risulta genuina e naturale, lontana dalle improbabili parabole o dalle involontarie parodie sui nostri anni tipiche di certi autori più o meno di successo. Si avverte subito, in quei casi, il "fiuto", l'operazione commerciale, il cialtronesco inseguimento dei temi attuali. È stato cosi ad esempio per alcuni romanzi sul terrorismo, e anche di peggio è avvenuto con la droga e la condizione giovanile. Con alcune notevoli eccezioni, la narrativa italiana sembra aver smarrito qualsiasi "feeling" con lo spazio-tempo in cui si trova. O meglio, sembra spesso coglierne e condividerne soltanto lo spirito più infido: la corruzione, il cinismo, la sfrenata competizione per il successo. Vi sono autori che - chiaramente - si trovano benissimo nel mondo come esso è, eppure pretendono di narrare i drammi, le contraddizioni, i problemi, fingendosene partecipi e azionando la chiave tragica o patetica. Aggrappati a una dominante tradizione italiana - più incline alla commozione che all'indignazione, alla lacrima più che alla pietà - sguazzano nei fatti di cronaca, rimestano nelle mode di stagione, sbirciano nei sentimenti e nelle mentalità e infine approntano, in bella superficialità, le duecento cartelline biennali. La gran cassa dell'industria culturale, i passaggi televisivi, il gioco reciproco delle citazioni, fanno il resto. L'opera viene "promossa", viene fatta esistere nell'attualità e sembra davvero qualcosa che appartiene creativamente al nostro tempo. In realtà non è cosi; è solo una finzione, un gioco di specchi che, di riflesso in riflesso, proietta sulla realtà nient'altro che l'ambizioso conformismo di questi autori. A volte verrebbe da consigliare loro di abbandonarsi ai propri veritieri istinti, alle proprie smanie di affermazione, facendosi interpreti e cantori del mondo attuale. Forse, attraverso l'apologia, sarebbero più credibili e fatte salve le distanze se ne potrebbe ammirare l'oggettivo cinismo, la coerenza politica e culturale. |
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di D. Bisutti
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Solo il romanticismo, in cui la nostalgia di una mitica Età dell’oro alimentava oscure esigenze di autopunizione, poteva dare uno spazio adeguato, fra i tanti Fantasmi dell’inconscio, alla Bambina, additando in Cappuccetto Rosso l’innocenza come colpa. Misogino, si puniva facendo morire, ancora allo stato di crisalide, quella Fanciulla che un totale candore doveva rendere felicemente incompatibile con la sopravvivenza. Da quel momento questa proiezione dell’inconscio maschile, la Bambina, attraversa con insistenza inquietante la letteratura, dall’Alice di Carrol alla Lolita di Nabokov, affermando il suo diritto all’ambiguità, la sua naturale vocazione ad essere lei il lupo. Poiché la trasgressione non le è imputabile, ma solo il suo contrario, la Bambina abita una zona franca doce la trasgressione fantastica può vivere senza freni la sua dimensione più ricca, che è quella della castità: cioè ridiventare favola. |
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di G. Avogadro
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<<La bambina>>, racconto autobiografico di Francesca Duranti Che cos'è che da spessore, consistenza letteraria a un libro, oltre all'uso intelligente (nuovo, personale, tanto da dilatarne l'efficacia) della lingua? Quali elementi lo rendono una presenza lunga e importante nella nostra memoria, un evento catalizzatore per la nostra sensibilità e cultura? Questi interrogativi sorgono quasi automatici dopo la lettura di un libro valido, insolito. Assai singolare e stimolante è l'opera prima di una scrittrice scoperta da << La Tartaruga>>, piccola casa editrice milanese che sta tenendo fede al suo disegno originario di pubblicare libri di sole donne, ma di grande qualità (tra le sue edizioni: “Le tre ghinee” di Virginia Woolf e “La carta gialla” di C. Perkins Gilman). |
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